tappero merlo

Viti, vigneti e vini

“…Il Vino è come la poesia che si gusta meglio e si capisce soltanto, quando si studiano la vita, le altre opere, il carattere del poeta, quando si entra in confidenza con l’ambiente dove è nato, con il suo mondo…”

Mario Soldati

L'arte di invecchiare l'Erbaluce

Raccontiamo con l’Erbaluce la storia e l’identità culturale del Canavese

Acini Perduti

Cuvée des Paladins

I nostri vini

Sognavo di produrre vini bianchi da invecchiamento, vini che sapessero esaltare le caratteristiche del territorio, racchiudessero l’essenza dell’anfiteatro morenico e la forza del ghiacciaio che lo aveva generato. Vini da assaporare nel tempo e che sapessero sprigionare quei sentori granitici ereditati dalle vette alpine. Vini dal forte imprinting territoriale che celebrassero gli sforzi di una vita di un vecchio vignaiolo: Domenico Tappero Merlo per tutti KIN, mio nonno. Un uomo semplice dai grandi ideali, dalla vita scandita dai tempi di vigna e cantina, perché nulla era più importante dei suoi vini.

Per ottenere questi vini si è lavorato soprattutto in vigna, dove alla tradizionale pergola si è preferito l’allevamento a guyot con 10 gemme a frutto per una resa di 1,5 Kg a ceppo, per raccogliere grappoli perfettamente identici in tutto il vigneto, senza alcun diserbo chimico per favorire l’attività della microflora e microfauna del terreno atta a trasferire alla vite minerali in forma assimilabile dalla pianta e da questa all’uva per ottenere vini rappresentativi dei suoli in cui la vite cresce. Fermentazioni spontanee su lieviti indigeni, affinamenti in botti grandi di rovere e una lunga permanenza in bottiglia per modellare il profilo olfattivo del vino prima del suo rilascio che avverrà dopo 40 mesi dalla vendemmia.

I nostri vigneti

I nostri vigneti si trovano sui versanti interni dell’Anfiteatro Morenico di Ivrea (AMI) , nei comuni di Parella, Colleretto Giacosa, Loranzè e Piverone con un’estensione di circa 3 ettari. Sono posizionati sulle morene più giovani dell’anfiteatro, formatesi circa 10.000 anni fa, sul letto di antiche frane, su piccoli terrazzamenti di riporto glaciale o, come a Piverone, sulle sponde dell’antico lago formatosi dopo lo scioglimento del ghiacciaio Balteo e che occupava la piana interna dell’anfiteatro morenico.

Terreni molto poveri, privi di materia organica, costellati di massi erratici, frammenti di rocce, sassi e sabbie originatisi per l’azione abrasiva del ghiacciaio sui fianchi delle Alpi Valdostane.

Terreni fortemente acidi, a bassissima ritenzione idrica che costringono le radici delle viti a spingersi in profondità  alla ricerca di una stabilità idrica. La conduzione estremamente naturale dei vigneti, protegge l’attività della microflora e microfauna presente nei suoli favorendo, attraverso la loro azione, l’assimilazione dei tanti composti minerali presenti nel terreno conferendo poi ai vini caratteri distintivi e inconfondibili.

Le nostre uve

Coltiviamo principalmente Erbaluce, un uva molto antica, certamente autoctona sviluppatasi nella fascia pedemontana tra Canavese, Valle d’Aosta, Savoia e Vallese svizzero. Un’uva estremamente versatile e poliedrica che ha nell’acidità il suo punto di forza donando vini di grande carattere sia spumanti, che fermi e passiti. Vini di grande espressività e dall’incredibile potenziale evolutivo, che si caratterizzano per la loro piacevole freschezza agrumata e la complessa salinità figli delle Alpi.

L’Erbaluce è un’uva molto vigorosa, sterile sulle gemme basali che noi coltiviamo a Guyot per ottenere vini di importante struttura atti a lunghi invecchiamenti.

La seconda uva che coltiviamo è la Malvasia Moscata, un antico vitigno, scomparso già ai primi dell’800 a favore del Moscato. Un’uva che si caratterizza per i sentori di erbe aromatiche quali salvia, timo, maggiorana, basilico, ruta oltre che da freschi profumi di mela, pera, pesca e di fiori quali acacia e ginestra. Anch’essa un vitigno vigoroso, sterile sulle gemme basali e che alleviamo a Guyot. Dona vini delicati, profumati e si esalta in uvaggio con l’Erbaluce che apporta note fresche e agrumate.

vini, vigneti e viti

La leggenda dell'Erbaluce

Nel tempo dei tempi sulle colline moreniche lasciate dal grande ghiacciao Balteo viveano le ninfe del lago, dei boschi, delle sorgenti, venerate insieme alla Notte, al Sole, alla Luna, ai Venti e alle Stelle. Alba era una di quelle Ninfe. Un giorno, complici le nubi, ad Alba apparve di nascosto il Sole, che, rapito da tanta bellezza, subito se ne innamorò. L’incontro fu difficile, perché il tempo consentiva al Sole di apparire solo quando l’Alba non c’era già più. Era un inseguirsi pieno di ansia. Tutto l’universo ne pativa: le Stelle, la Luna e la stessa madre Terra. Fu la Luna, sorella del Sole, a risolvere la situazione. Decise un giorno di non lasciare il cielo, ma di interporsi sul cammino del Sole, in modo che questi, nascosto, potesse raggiungere la Terra per incontrare Alba. L’abbraccio fra i due innamorati avvenne sul colle più alto delle colline che circondano Caluso. “È un un’eclisse ” dissero i saggi. “Era un sogno d’amore che si avverava”, sentenziò la leggenda. E un giorno da quell’amore nacque una bimba: aveva gli occhi color del cielo, la pelle di rugiada e lunghi capelli splendenti come raggi di sole. era gentile e nobile, e di nome ebbe Albaluce. La fama della sua bellezza arrivò ben lontano dai colli di Caluso. E ogni anno venivano al tempio cacciatori e contadini, pastori e pescatori che a lei offrivano i frutti del campo, la cacciagione, i pesci dalle squame scintillanti, il fresco formaggio nei canestri di giunco. 

Si faceva festa, si scambiavano merci, si rendeva omaggio a lei, alla Bella Albaluce, che veleggiava sul lago condotta da bianchi cigni. Ma ecco un giorno farsi avanti i capi tribù al comando della regina Ypa. Occorre terra da coltivare, il lago non dà frutti sufficienti. I verdi ruscelli, le limpide acque devono lasciare posto a campi in cui seminare . È un lavoro immenso, si scava il grande canale che farà defluire le acque. Lavoro duro, lavoro tragico, perché l’acqua così costretta tutto travolgerà, seminando la morte. Triste è Albaluce quando attorno a lei si radunarono sette giovani rimasti fedeli all’antico rito. Non è proprio delle Dee piangere. Ma ugualmente scende sugli arbusti rinsecchiti, che ricoprivano le verdi rive di un tempo, una lacrima. È il pianto del Sole e dell’Alba, è un pianto che ridona la vita. Quelle lacrime trasformano i secchi arbusti in vigorose viti, da cui si alzano lunghi tralci e da essi pendono dolci, dorati, grappoli di succosa uva bianca. È il dono della Dea ai suoi fedeli. È l’atto di nascita del vitigno Erbaluce, generato dalle lacrime di una Dea, che ha nel cuore i raggi del padre Sole e la tenera dolcezza dell’Alba, quella che sorge ogni mattina sui colli di Caluso.

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